Critica della petizione di SEL a favore della vivisezione

Alcuni iscritti e simpatizzanti di S.E.L. (Sinistra Ecologia e Libertà) hanno pubblicato online una petizione a favore della vivisezione. Pubblichiamo un messaggio inviato a SEL da Brunella Bucciarelli.


Apprendo con disagio dell’esistenza di una petizione lanciata dal gruppo Dipartimento Saperi composto da iscritte ed iscritti e simpatizzanti di SEL appartenenti al mondo della ricerca e dei saperi.

Per prima cosa vorrei capire a chi è indirizzata la petizione. Se, come pare logico, si tratta di un dibattito interno a SEL sulla posizione ufficiale del partito, mi sfugge quale sia il nesso con lo strumento “petizione pubblica”.
In secondo luogo mi risulta confuso cosa esattamente vi si sostiene. Se ben interpreto si afferma che: 1)-le argomentazioni per una sua abolizione non sono sostenibili; e che 2)- la vivisezione è necessaria.

Una petizione che ha ad oggetto l’insostenibilità delle argomentazioni di alcuni gruppi mi sembra un non senso. In realtà mi sembra che il rilievo dato ad alcune tesi antivivisezioniste serva solo per veicolare surrettiziamente la richiesta di sostenere la vivisezione senza che tale richiesta appaia nella sua chiarezza. Da un lato infatti possono esserci altre ragioni per essere contrari alla sperimentazione animale: che le argomentazioni per sostenere qualcosa siano false non dice nulla sulla verità o falsità dell’oggetto cui si riferiscono. Dall’altro non tutte le tesi antivivisezioniste si riconoscono in quelle da voi stigmatizzate. In particolare le argomentazioni dell’antivivisezionismo da voi riportate sono sostenute solo da una parte del cosiddetto “antivivisezionismo scientifico”, un approccio su cui da anni vi è un confronto approfondito all’interno del movimento animalista che ormai in larga parte si orienta piuttosto su un antivivisezionismo basato su ragioni di tipo morale o politico. Il vostro schiacciare su posizioni à la Ruesch tutta una serie di istanze, peraltro largamente diffuse nella società e non solo all’interno di movimenti costituiti, nonché il paragone con l’antievoluzionismo mi appare pertanto dettato da mera malafede.

Per quanto riguarda l’argomentazione parimenti da voi ritenuta erronea secondo cui “Esistono ricerche di tipo alternativo neglette dalla comunità scientifica, magari per motivi economici” , sia la percentuale dei finanziamenti devoluta alla ricerca con animali (84%), sia il testo della direttiva europea, da voi ritenuto soddisfacente, dove si presenta l’uso di metodi alternativi come “auspicabile”, mi sembrano elementi che difficilmente una cultura critica di sinistra può sinceamente ritenere come effettivamente ed efficacemente volti verso un superamento della sperimentazione animale.

La stesse considerazioni mi portano a leggere con sconcerto il vostro appello alle ragioni della scienza. Io stessa, come molti che si riconoscono nelle istanze dell’animalismo, credo che l’impresa scientifica sia un valore da difendere, tuttavia ciò non mi impedisce di essere critica verso l’idea di una comunità scientifica che pretenda di dettare le regole di comportamento morale ad una società. E ancora devo constatare con stupore che persone che si richiamano ad una visione di sinistra possano ignorare la questione complessa dei rapporti fra una società e l’impresa scientifica che in essa ha luogo, che possano delegare a ciò che è “scientificamente possibile” la decisione sul trattamento degli individui. La sacrosanta autonomia della ricerca scientifica non può in alcun modo ignorare le istanze morali proprie di una società, il valore che essa da ai soggetti, a quelli che voi definite “creature sensibili che provano dolore e soffrono disagio”, un modo di vedere, se posso aggiungere, alquanto riduttivo proprio alla luce dell’attuale scienza etologica, e non solo.
Forse una chiave di lettura della vostra dichiarazione sta nelle ragioni che presentate come fondamentali nella ricerca di metodi alternativi: il fatto che essi “rappresentano un grande risparmio di tempo e di denaro e stress”. Dovreste a mio parere interrogarvi, in quel dibattito interno al vostro partito che auspicate, se “tempo e denaro” siano davvero istanze così fondanti nel vostro progetto politico.

Dott.ssa Brunella Bucciarelli

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Il bambino sottovuoto – riflessioni sulla campagna CA

Propongo per la discussione la riflessione iniziata con la redazione di Musi e Muse in clima pasquale.

Michela Pezzarini


La campagna pubblicitaria CA “il bambino sottovuoto” ha suscitato forti consensi tra gli attivisti animalisti quanto aperti dissensi tra i cittadini, che hanno gridato all’oltraggio ritenendola offensiva per la pubblica sensibilità; inguardabile; inaccettabile e quindi da rimuovere.
Mi sono trovata quindi a riflettere sulle motivazioni non tanto di chi ha gridato all’oltraggio, ma sulle mie, di animalista che non considera cibo gli animali e che sostiene il movimento per l’abolizione della carne.
Perché quel cartellone non mi sembrava una grande idea? E soprattutto perché l’immagine di un bambolotto squartato e incellofanato mi suscitava tale fastidio?
Frastornata dai commenti esultanti degli attivisti di tutta Italia – che sostenevano a spada tratta la giustezza della loro scelta alla luce della forte reazione negativa del pubblico di onnivori – mi sono appartata dalla discussione per andare alla ricerca delle motivazioni della mia irritazione.
Perché il bambino sottovuoto mi irritava tanto?

Sono arrivata a due conclusioni distinte: una di carattere diciamo strategico e l’altra psicologico- individuale, più profonda.

La prima mi porta a formulare questo pensiero: ad immagini che vogliono provocare shock in chi guarda siamo abituati, ci ha abituati l’arte contemporanea a partire da Duchamp con il suo orinatoio, Manzoni e la sua scatoletta di merda d’artista, Cattelan e i suoi animali suicidi, Hirst con vitelli e pescecani sotto spirito, Sarah Lucas e i suoi bunnies più o meno erotici… l’imbarazzo della scelta. Tutta arte che non tradisce un certo desiderio da cattivi ragazzi – e ragazze – di épater les bourgeois, che immancabilmente si scandalizzeranno davanti a quello che vedono. Ma è davvero così?
Davvero ci si scandalizza davanti al mulo appeso al soffitto di Cattelan? Davvero i cetrioli di Sarah Lucas ci mettono in imbarazzo? O non esiste piuttosto ormai da diversi decenni un pubblico di connaisseurs colti che elogiano l’ironia di tali opere e che non sono per nulla turbati o perturbati, bensì si sentono eletti in un circolo superiore di appartenenza dove i comuni filistei non hanno accesso?
L’immagine del bambolotto sottovuoto mi ha fatto pensare a Oliviero Toscani e al fatto che – se le opere di alcuni degli artisti sopra citati mi piacciono, nonostante li disapprovi per l’utilizzo che fanno dei corpi degli animali – le sue foto non mi sono mai piaciute granché.
E non a causa di un certo (vuoto) gusto per la provocazione, non credo. Ma di altro. Di qualche altro fattore che esula dal desiderio di stupire e scioccare. Può essere il fatto che Toscani ha sempre utilizzato le sue foto per vendere un prodotto. Niente di male: ma la forza perturbante di un bacio tra due suore o un ritratto di preservativi colorati quindi perde la sua forza provocatoria se dietro c’è il marketing di un prodotto?
Certo cambia il messaggio della foto, che diventa: se ti piace la foto di due suore che si baciano, allora compra jeans benetton. Mi è sempre parso che fosse un uso improprio del potere di un’immagine, una specie di exploitation a fini puramente commerciali di argomenti che andavano a toccare corde del profondo, alcuni veri e propri tabù per molti. Una exploitation anche dell’occhio di chi guarda – di un nervo ottico collegato ad un cervello pensante a sua volta in stretta comunicazione con la sfera emotiva, neanche così tanto indipendente (cosa per altro risaputa a chi intende venderti la trasgressione con una sciarpa).
Nel caso del bambolotto sottovuoto, quale messaggio si vuole trasmettere?
Che chi mangia bambini è un orco? Forse che chi mangia cuccioli (e quindi carne) è un orco: siano cuccioli di animale o di umano. Avrei dovuto scrivere di animale non umano, perché la metafora funziona perché siamo tutti animali: questo indiscutibile fatto biologico ci dà la possibilità di fare un gioco di parole tra animali umani (noi) e animali non umani (tutti gli altri). L’intera ideologia antispecista è costruita su questo concetto: che, per quanto incontrovertibilmente vero sul piano della biologia, non credo abbia mai contribuito a “convertire” nessuno; piuttosto deve avere la funzione di fornire un’impalcatura teorica che sorregga l’intera impostazione di pensiero (e peccato che sia una specie di ossimoro, o contraddizione di termini, che convince solo chi è già convinto della sua giustezza). Insomma: un assioma non dimostrabile, anzi: un principio che è facile mettere in discussione, in quanto non risulta che biologicamente, come specie tra le specie, quella umana debba avere dei doveri nei confronti delle altre. Come animali tra gli animali, perché non dovremmo mangiarli? Solo perché sono esseri senzienti? Ma perché gli esseri senzienti che noi siamo non dovrebbero cibarsi degli esseri senzienti che gli altri sono? Mi pare sia un circolo vizioso da cui si può uscire solo considerando altri aspetti, che non riguardano la mera biologia o appartenenza ad una specie tra le specie. E che anche qui sono sottesi, ma solo molto indirettamente: uno fra tutti la pietà, che come umani proviamo per i nostri piccoli e che dovremmo estendere ai piccoli degli animali. Aiuta che si vada verso la Pasqua cristiana e che il primo referente assente richiamato sia l’agnello sacrificale.

E ritorno alla lettura strategica del cartellone: vogliamo convincere l’umanità che deve smettere di mangiare bambini, pardon, cuccioli di altri animali uguali a noi, perché è sbagliato? Perché è un crimine? Perché solo gli orchi mangiano i bambini? Ma per tutti quelli che non hanno minimamente mai riflettuto sulla questione, gli orchi saremo noi, che ci permettiamo di paragonare le costolette e il cosciottino del capretto al corpicino di un bambino. Gli orchi saremo noi, che non sappiamo vedere la differenza tra un animale e un bambino, e che lo ribadiamo pubblicamente e a gran voce!

Bisogna dire che il fatto che il bambino sia solo un bambolotto di plastica alleggerisce (o dovrebbe alleggerire) le accuse: ma il valore metaforico e simbolico non sfugge a nessuno. In un’era di caccia al pedofilo, ad esempio, si penserebbe che le madri possano – e debbano – avere sviluppato una maggiore sensibilità alla precocissima sessualizzazione delle figlie, destinate a diventare seducenti lolite fin dall’asilo attraverso pesanti campagne di marketing più o meno subdolo. Ma la sensibilità è selettiva e il bambolotto sottovuoto agisce da efficace elemento perturbante, rimandando a tutti – e inequivocabilmente – l’immagine di un bambino a tranci. Da cui le grida all’oltraggio: giù le mani dai bambini! Una specie di riflesso condizionato provocato da un’immagine inaspettata. Una reazione tanto forte fa dimenticare che il messaggio è altro: giù le mani da tutti i cuccioli, basta mangiarli!! Troppo tardi: i vegani inizieranno a passare, se non per “mangiabambini” tout court , per “odiabambini” – e molti anstispecisti vegani non sono fieri paladini estinzionisti? L’intuito delle mamme oltraggiate, per vie forse tortuose (ma intuitive e anche piuttosto intuibili) alla fine le fa approdare ad una conclusione non troppo lontana dal vero. Un agnellino è meglio di un bambino – che diventerà un orrido orco mangia-agnelli. Meglio farlo fuori da piccolo. Non è quello che si fa ogni giorno a vittime (loro sì) innocenti? La legge del taglione.

Strategicamente questo mi fa venire in mente due cose: la prima è che non è molto astuto – come movimento per gli animali – dare degli orchi assassini a tutti quelli che non sono vegetariani o vegani. Come se il non mangiare carne fosse cosa logica e indiscutibile e accettata da tutti e una volta per tutte: per noi lo è, ma per il resto del mondo? Personalmente credo sia una conseguenza, e non un punto di partenza. Eravamo o no onnivori fino all’altro giorno? Ci piaceva mangiare la bistecca fino a quando abbiamo cominciato a considerarla criticamente – vorrei dire empaticamente? Siamo stati orchi assassini anche noi. Già dimenticato tutto?

La seconda cosa è la riflessione che Susan Sontag fa in Davanti al dolore degli altri: al contrario della convinzione comune, un’immagine non parla più di mille parole, anzi. Un’immagine è passibile di essere interpretata molto diversamente, a seconda della storia individuale di chi guarda e delle tante ideologie (in senso lato) che confliggono nella società e in noi stessi. La reazione univoca tanto esaltata non esiste: solo l’educazione alla facoltà dell’empatia può aiutare a porsi di fronte all’immagine con una disponibilità alla comprensione non solo intellettiva ma anche emotiva che può superare le ideologie in conflitto. Ma l’empatia per gli animali ancora non si insegna nelle scuole, è un fatto abbastanza individuale e che ci si immagina basato su una sensibilità romantica. “Alcuni animali nascono per essere ammazzati: è brutto ma è così”. Questo è il sentire comune, regolamentato da leggi che governano la società e i nostri rapporti con gli animali-cibo. Questo è quello che ti insegnano a scuola e a casa e questa è la reazione che suscita in chi è onnivoro (la stragrande maggioranza dell’umanità) il vedere un bambino a pezzi. I bambini non si toccano. Ed ecco che, dando per scontata una reazione-shock che si immagina porti alla folgorazione sulla via di Damasco (Go Vegan!), ecco che invece il risultato che si ottiene è l’opposto: pubblico linciaggio mediatico per chi ha osato fare a pezzi (seppur metaforicamente) un bambino – ed entra poco che sia solo un bambolotto.

L’ultima considerazione è quella di carattere più psicologico e personale: mi domando se la mia reazione di fastidio non nasca da motivazioni più profonde, legate al mio modo di percepire l’infanzia, i bambini e forse anche la mia infanzia stessa. Mi viene in mente che utilizzare un giocattolo non rende più lieve il messaggio, perché il bambolotto smembrato fa immaginare che il cartellone sia stato pensato implicitamente – anche – per far paura ai bambini: un forte messaggio negativo può forse sostituire un percorso di empatia? O magari si spera possa innescare una riflessione empatica? Nutro dei dubbi al riguardo. Le relazioni con gli adulti per i bambini sono sono già spesso luoghi ambigui in cui entrano sia affetto che imposizioni, e sicuramente possono considerarsi come relazioni sbilanciate, dipendendo i bambini per molti bisogni interamente dagli adulti (protezione, cura, spiegazione della realtà, della vita, della morte, delle cose belle e delle cose brutte…). Un’immagine come quella del bambolotto a pezzi da bambina mi avrebbe profondamente turbata, proprio per l’ambiguità del messaggio.

Michela Pezzarini


Riflessioni sull’acquisto degli agnelli

Lo scorso 4 marzo è stato pubblicato su Asinus Novus un articolo di Barbara Balsamo a proposito della pratica, che si va diffondendo negli ultimi anni, di acquistare agnelli al fine di salvarli dalla imminente macellazione.

Come redazione di Musi e Muse, abbiamo espresso alcune riflessioni critiche sulla posizione espressa da tale articolo. Con l’intento di sollecitare un dibattito allargato su un argomento molto controverso, le riproponiamo quì seguite dai primi commenti ricevuti.


Riflessioni sull’acquisto degli agnelli

L’articolo di Barbara Balsamo esprime un durissimo giudizio verso quegli animalisti che acquistano agnelli o altri animali da reddito. Questa presa di posizione, seppur comprensibile nelle sue motivazioni, non lascia forse trasparire una grave incomprensione verso le pratiche di volontariato e più generalmente verso il rapporto con gli animali che è presente in alcune parti della società?

L’autrice dell’articolo fa riferimento a singoli o gruppi che raccolgono fondi per acquistare agnelli, al fine di sottrarli alla macellazione. Ora, poiché tali iniziative vengono distinte dai «riscatti aperti» di animali, si potrebbe credere che l’articolista stia suggerendo che si tratti di vere e proprie truffe; nel qual caso esse andrebbero apertamente denunciate e ostacolate. Tuttavia il tipo di critiche che vengono mosse non sembrano indicare tale ipotesi. Il bersaglio sembra piuttosto essere l’attività di quei volontari «animalisti» «costole del sistema», come li definisce l’autrice dell’articolo, che sempre più spesso negli ultimi anni si occupano di aiutare e trovare una nuova sistemazione non solo per cani e gatti, ma anche per gli animali da reddito o da laboratorio.

Partecipando da tempo a tali iniziative, vorremmo chiarire quale sia l’effettiva attività di questi animalisti. Di solito si tratta di animali provenienti da sequestri di piccole attività o di privati, oppure di animali che bisogna acquistare dal loro proprietario: spesso perché provenienti da attività che stanno chiudendo e si liberano degli animali cedendoli ai macelli, o perché invendibili per qualche difetto, o perché sono animali che, per qualche ragione, chi propone il riscatto conosce ed ha visto, e con cui ha instaurato un minimo di rapporto. Ma questa è solo la prima parte del «salvataggio»; la più difficile ed importante è quella di trovare, per gli animali così riscattati (questo il termine che viene usato), una nuova sistemazione in situazioni dove non solo non vengano mangiati, ma nemmeno sfruttati (si fa sempre riferimento in tali appelli all’obbligo di sterilizzare gli animali). Tali situazioni vengono poi controllate nel tempo.

Se questa è l’effettiva pratica degli animalisti, ciò che se ne ricava non è assolutamente una «mercificazione» degli animali, ma anzi una sensibilità verso la loro individualità, e il comprarli viene visto come un’assurdità purtroppo inevitabile talvolta, visto che non si può trovare altro modo per salvare loro la vita, proprio la loro, che si svolge qui ed ora. Non bisognerebbe confondere i termini di una situazione che comporta diversi e conflittuali punti di vista: se un animale è merce per chi lo vende, per noi è un individuo con una storia e una personalità, un amico con cui abbiamo legami affettivi.

Pensiamo all’opera di Jill Robinson in favore degli «Orsi della luna». È anche quella un forma di «qualunquismo», di «messaggio specista per cui la vita è mercificabile»?

Non solo: si sollecita così la creazione e l’incrementano di quelle situazioni di convivenza dove gli animali sono persone, si suppone insomma che tali realtà sono e saranno possibili (senza credere che questo mondo sia tutto un orrore).

Consideriamo infine l’idea espressa dall’articolo secondo cui queste iniziative finiscono con l’alimentare, necessariamente, la produzione di animali da reddito. Ma giustamente nessun animalista pensa che queste azioni di solidarietà possano in qualche modo avere un qualsiasi impatto economico, vista l’esiguità di tali «salvataggi» evidentemente individuali. Tuttavia, se dal punto di vista del sistema economico queste iniziative non hanno alcun peso, questo non significa che siano ininfluenti o peggio che «stiano annientando la possibilità che queste vite possano essere davvero liberate».

Per concludere, quanto espresso in questo articolo ci sembra un esempio di come le analisi in termini di «dominio» e di «abolizione del sistema» comportino il rischio di non saper leggere i fatti reali, portino ad ignorare o fraintendere fenomeni conflittuali e diffusi che si verificano in una società. Le teorie e le pratiche di un antispecismo propagandato come «unica alternativa vera» allo sfruttamento animale («seppur nel rispetto di tutti», si capisce!) sembrano trascurare proprio l’individualità degli animali (anche umani): l’elemento che dovrebbe invece essere il più importante, se davvero vogliamo considerarli come soggetti.


Commenti (torna su)

Marco Reggio (25 marzo 2013 alle 17:51)

La questione non è banale… Ragionando in astratto, sono portato a condividere quanto dice Barbara Balsamo, nel senso che l’acquisto non può essere indicato come una “via”, cioè come una strategia per abolire gli allevamenti, in sostanza. Però, è ovvio che quando ciò avviene, chi lo fa ci si trova e non può fare altro. Volendo cavillare, non si dovrebbe neppure usare l’ausilio delle pubbliche autorità per salvare degli animali laddove ci siano appigli legali, ma sarebbe folle non farlo soltanto perchè liberarli illegalmente è un messaggio più “educativo” per l’opinione pubblica (al contrario, esistono situazioni in cui è più incisivo agire ottenendo un sequestro che non liberando illegalmente degli animali, perchè si blocca più profondamente l’attività in questione). Credo che l’articolo di Barbara Balsamo si ponga però in una zona grigia, forse amplificata anche dalla confusione tipica dei sociali network. Mi riferisco ad appelli che girano su facebook, per raccolte fondi finalizzati a comprare (riscattare) schiavi animali. E’ chiaro che chi cerca di salvare questi animali fa quanto possibiel, anche scendendo a compromessi con dei principi teorici (quindi magari comprandoli), ma al tempo stesso fa un passettino in più, lanciando sottoscrizioni pubbliche, appelli, ecc.. In questo modo, anche se non indica una “via” in senso stretto, forse indirettamente la suggerisce, quindi si pone in modo un po’ ambiguo; per questo forse arrivano anche critiche così dure. Eppure io credo ci siano casi peggiori, da questo punto di vista, come quello del riscatto degli animali da laboratorio a fine vita (fine tortura), molto ben vista non a caso da diversi gruppi di sperimentatori: anche lì, è ovvio che di fronte ai singoli individui bisogna fare quanto possibile, ma bisogna stare attenti ai discorsi pubblici che su queste azioni, su questi accordi, vengono poi fatti, secondo me.


Danila Fanara (25 marzo 2013 alle 20:39)

non si comprano esseri viventi…………


Barbara Balsamo (25 marzo 2013 alle 22:09)

Potrebbe essere utile per capire meglio la mia posizione leggere anche questo articolo, sempre inerente allo stesso tema e che in realtà completa il primo http://artecologianimali.blogspot.com/2013/03/gli-allevatori-ringraziano-di-cuore-gli.html?spref=fb.

Come già cercato di ribadire in altre occasioni, la mia critica riguarda l’acquisto di agnelli (ma anche di altri animali da reddito) intesa come prassi collettiva, come iniziativa pubblica che va a determinare e legitimare una nuova modalità di concepire la liberazione animale in un contesto antispecista. La mia non vuole essere una critica, tantomeno un’accusa, a individuali e private iniziative, ma una riflessione su prassi pubbliche, collettive, e sociali che inevitabilmente incidono sull’approccio stesso che si vuole avere con lo specismo e che inquadrano in modo totalmente differente le battaglie che intendono abolire la pratica di sfruttamento il cui massimo esempio è l’allevamento. Non credo affatto che si tratti di massimalismo né condivido la convinzione che chi si oppone a una deriva consumistica della battaglia di liberazione animale non tenga conto né dei sentimenti né delle singole individualità. Considerare l’agnello, quel singolo agnello, come soggetto e rispettarlo non implica come conseguenza diretta il comprarlo. Le lotte di liberazione animale hanno bisogno di pratiche radicali contro ciò che è alla base dello sfruttamento animale, in questo caso gli allevamenti: se fosse questa dell’acquisto la modalità con cui l’antispecismo intende liberare gli animali dallo specismo cosa dovremmo fare? canalizzare le iniziative verso la compravendita di soggetti? sarebbe tentare di svuotare il mare con un cucchiaino sapendo che questi stessi allevamenti esistono solo e perchè sostenuti dagli acquisti. Prendo atto che moltissimi vegani hanno sostenuto e continuano a sostenere l’iniziativa contro la quale io personalmente mi sono “scagliata”. Ribadendo che veganismo e antispecismo, a mio parere, non sono la stessa cosa, e che si può benissimo essere vegani pur non essendo antispecisti, dovremmo definire meglio entro quali dinamiche ci stiamo confrontando. Il dibattito che sta nascendo attorno ai miei articoli, a partire dalle vostre osservazioni, sono certa servirà ad analizzare meglio queste nuove dinamiche. Spero inoltre che a questo confronto intervengano più attivisti poichè non vorrei rimanesse uno scambio di idee tra noi (seppur utile).


Barbara Balsamo (25 marzo 2013 alle 22:12)

leggo ora il commento di Marco Reggio che credo abbia capito il senso profondo della mia protesta. é proprio su questa zona grigia che dovremmo portare la riflessione.


Agnese Pignataro (26 marzo 2013 alle 01:52)

Salve Barbara,

leggendo il suo articolo e i suoi commenti mi vengono in mente alcune cose. La prima è che bisogna decidere se analizzare una pratica su un piano astratto e generale, o esaminare un caso contestualizzato. Mi pare che quello che lei scrive oscilli tra questi due piani che dovrebbero restare distinti, il che non giova alla chiarezza. Il nostro commento di redazione intendeva proporre una riflessione generale e non ha molto senso risponderci evocando le caratteristiche di una singola campagna. In particolare, non è dialetticamente corretto da parte sua avanzare come argomento a suo favore le opinoni politiche di un preciso individuo che organizza riscatti, come se questo bastasse per screditare l’idea stessa di riscatto.

Questo mi porta al secondo punto. Lei su facebook ha esposto le opinioni politiche dell’individuo in questione in un modo del tutto retorico:

«voi trovate l’iniziativa di quel signore, non vegano, non antispecista, fascista (a suo dire non mio) liberale berlusconiano (sempre a suo dire non mio) che crea una vera e propria campagna acquisti online una pratica antispecista che rientra in un sistema complesso!?!??!»

Una frase come questa rappresenta un ennesimo esempio di un fenomeno che osservo da tempo, che è quello di condannare le emozioni in quanto movente primitivo e grossolano di convinzione o di azione negli altri, e contemporaneamente farne uso in modo chiaramente retorico per manipolare le opinioni dei propri interlocutori. In altre parole: da una parte, dire che X, in quanto realtà a carattere emotivo, è sbagliata a priori; dall’altra, sostenere Y dicendo per esempio che chi non sostiene Y appartiene a una categoria esecrabile, e che quindi l’interlocutore, se non vuole che la sua immagine sociale venga sporcata per sempre, deve assolutamente convincersi a sostenere Y. Quindi non lavorando sul piano della dialettica, ma facendo leva sulla nostra umana paura di non essere accettati dai nostri simili. Chi è allora l’emotivo? Chi fa politica con la (cattiva) emotività?

Di qui mi collego al terzo punto. In tutti gli scritti «antispecisti», e quindi anche nei suoi, ritorna a tambur battente la questione se X, Y o Z debba o no essere considerato «antispecista». Il che, è facile capirlo, è ingranaggio essenziale della tattica di cui sopra: guai a chi non può essere considerato «antispecista», finirà nella spazzatura! Tale questione è diventata una specie di disputa teologica e, in quanto tale, non la trovo molto interessante. L’argomento secondo cui X sarebbe inaccettabile perché «non antispecista» non ha nessun potere dialettico per chi non riconosca l’autorità del mantra dell’«antispecismo».

Per abbandonare le questioni di forma ed entrare nel contenuto della questione: lei, insieme ad altri sostiene che i riscatti sono una pratica che non contribuisce alla fine dello specismo. Questo modo di impostare la questione esprime la convinzione che l’«antispecismo» consista in un processo di lotta contro un nemico preciso, che si concluderà attraverso un drammatico momento di rottura (la rivoluzione, ovviamente). È chiaro che si tratta di una concezione calcata sulla lotta di classe. Ora, c’è chi, come me, non ha la stessa visione né dello specismo né del superamento dello specismo, e crede che quel modello non sia adeguato a render conto neanche di altre oppressioni e di altri percorsi di liberazione (ho scritto qualcosina in merito quando ho esaminato le analogie tra specismo e patriarcato). Insomma, chi non segue quel modello non è necessariamente non-radicale, non-antispecista, e propenso a una «deriva consumistica della battaglia di liberazione animale» (come la chiama lei). Ha solo delle idee molto diverse dalle sue. E non si lascia spaventare dallo spauracchio dell’esclusione dal club.

Infine, sarà per deformazione professionale, ma tutto ciò che ho letto finora contro la pratica dei riscatti mi pare trasudare etica della giustizia fin nelle virgole. Cf. il commento lapidario di Danila Fanara qui sopra:

«non si comprano esseri viventi…………»

E così via: etica kantiana a gogo, niente speranza ai condannati a morte se questo significa derogare alla purezza del principio. O peggio: accettiamo il «sacrificio» di alcuni per la realizzazione di un bene maggiore, for a greater good, leggi: il trionfo dell’ideale antispecista. Non riesco a non provare brividi nel pensare a cosa ha portato nella storia questo tipo di radicalismo. Se questo significa essere radicali, a maggior ragione non rimpiango l’esclusione dal club. Lei ha scritto qui sopra:

«Considerare l’agnello, quel singolo agnello, come soggetto e rispettarlo non implica come conseguenza diretta il comprarlo.»

Io ribadisco invece: in un contesto particolare, considerare un singolo agnello come soggetto implica il salvargli la vita qualora si abbiano i mezzi per farlo. Questa è la convinzione su cui riposa il commento che Brunella Bucciarelli ha lasciato su facebook:

«è fondamentale sapere DOVE vengono sistemati questi agnelli, se c’è una rete di persone che può garantire loro una vita dignitosa».

In un contesto particolare, nella vita reale, l’incontro tra due individui allaccia un contatto in cui non è più questione di principi, ma di cosa quel preciso individuo rappresenta per l’altro preciso individuo, e reciprocamente, e non solo in termini di un astratto riconoscimento dell’esistenza, ma anche e soprattutto della sua preservazione, se essa è in gioco e se è in potere di una delle parti porre rimedio alla vulnerabilità dell’altra. È paradossale dover spiegare questo a chi si rifà ad un antispecismo che da anni ci martella sulla necessità di «superare Singer» e di leggere Derrida, Levinas (la cui filosofia, a mio modesto avviso, con gli animali non può avere molto a che fare) etc. etc. Se davvero si vuol superare Singer, si farebbe forse meglio a leggere le riflessioni delle donne sulla cura, sul care, sull’interdipendenza e su come questa si realizza attraverso un lavoro di ascolto e di mediazione su un piano di reciprocità. Allora l’antispecismo, e al suo interno la questione dei riscatti, apparirebbero probabilmente sotto una luce diversa.


Barbara Balsamo (26 marzo 2013 alle 08:46)

Non mi pare di aver mai fatto riferimento a principi di alcun tipo ma ho parlato di antispecismo. il resto delle deduzioni se le fa lei. (vedo che anche questa distanza di presa di posizione dando del lei è significativa).

Per abbandonare le questioni di forma ed entrare nel contenuto della questione: lei, insieme ad altri sostiene che i riscatti sono una pratica che non contribuisce alla fine dello specismo. Questo modo di impostare la questione esprime la convinzione che l’«antispecismo» consista in un processo di lotta contro un nemico preciso, che si concluderà attraverso un drammatico momento di rottura (la rivoluzione, ovviamente). È chiaro che si tratta di una concezione calcata sulla lotta di classe. Ora, c’è chi, come me, non ha la stessa visione né dello specismo né del superamento dello specismo, e crede che quel modello non sia adeguato a render conto neanche di altre oppressioni e di altri percorsi di liberazione (ho scritto qualcosina in merito quando ho esaminato le analogie tra specismo e patriarcato). Insomma, chi non segue quel modello non è necessariamente non-radicale, non-antispecista, e propenso a una «deriva consumistica della battaglia di liberazione animale» (come la chiama lei). Ha solo delle idee molto diverse dalle sue

intanto le deduzioni logiche in questo apssaggio sono del tutto arbitrarie, ma voelndo rispondere, parliamo di lotta di classe? dovremmo ridefinire anche questo concetto, sicuramente lo sfruttamento animale e gli allevamenti sono strutturati secondo una logica economica oltre che culturale. non vedo come si possa dissentire da questa evidenza tangibile. per me l’allevatore non è un nemico, mai detto, per me è colui che esercita economicamente il dominio degli animali. in una società che si fonda su meccanismi di questo genere credo non ci sia molto da scegliere come strategie di lotta. non necessariamente ci si deve porre in antetisi ma non per per questo collaborare e farsi “soci”, condividere con loro un meccanismo vendita-acquisto: a che pro? pensate che all’allevatore importi chi è il suo acquirente?

tornando al mio discorso iniziale sono partita da un caso specifico per mostrare quello che a me pare un fenomeno in aumento, dunque dal particolare al generale, poichè di signori come quello ne stanno venendo fuori molti. appunto quello che temevo. sta diventando “normale” ora dedicarsi all’acquisto di animali per salvarli. stiamo andando in questa direzione, e questa per me è una deriva. i dettagli circa il signore , che per inciso, violentemente mi insulta sul suo evento senza che io possa difendermi poichè bannata, e bannata poichè dissentivo, sono, non per attaccare come dice lei una categoria politica, sbaglia proprio soggetto se vuole scendere su questa questione, ma perchè un liberale convinto vede nel commercio una soluzione positiva ai problemi e mi sembra che questo signore sia molto coerente e credo che confermi anche le mie affermazioni circa la deriva! non vegano poichè da la percezione che il problema che si pone non sia globale ma solo relativo a una specie, e siamo di nuovo alla questione della moda. credo inoltre che essendo questo un blog pubblico, come asinus novus, essendo le mie note (ormai eliminate da fb perchè segnalata per quello che scrivevo!) il signore che mi è servito come esempio di una problematica generale ha, da parte mia avuto, tutta la possibilità di argomentare, cosa che invece non è reciproca.

ancora una volta vedo comunque che si è distorto il discorso che ho voluto affrontare con i miei articoli. gradirei perrtanto che si tornasse alla questione che mi preme: le campagne acquisti di animali come nuova prassi antispecista?

Quello che leggo io dal suo commento è prevenzione circa alcuni assunti e pensieri che non le consentono di leggere quello che io sono e dico. non attribuisca a me quello che vorrebbe attribuire ad altri. non siamo blocchi di antispecisti gli uni contro gli altri. sono molto pragmatica, ancora non ho capito qual’è la vostra idea di liberazione animale e quale la vostra strategia antispecista legata agli acquisti sistematici.


Ignazio Avulso (26 marzo 2013 alle 09:37)

Mi chiedo quanto sarebbe durato lo schiavismo se gli abolizionisti americani, invece di costituirsi in movimento d’opinione prima e di scatenare una guerra poi, fossero andati in giro per le fattorie della Louisiana, dell’Alabama o del Mississippi a comperare singoli individui.


Michela Pezzarini (26 marzo alle 11:52)

Rispondo a Ignazio: la pratica tanto disdicevole di acquistare gli schiavi per rendere loro la libertà non ha certo cambiato il corso della storia di una nazione – o federazione di nazioni – ma di certo ha cambiato la vita di molti individui. Oltretutto pare che uno dei fattori determinanti per l’abolizione della schiavitù negli USA sia stato il fatto che “mantenere gli schiavi” fosse più oneroso che pagare braccia di salariati usa e getta e facilmente rimpiazzabili del cui stato di salute e alimentazione ci si poteva bellamente e completamente disinteressare. Molti degli schiavi liberi/liberati infatti iniziarono a vivere in condizioni di sottoproletariato prestando manodopera a pagamento (irrisorio).


Michela Pettorali (26 marzo alle 13:03)

Sicuramente la questione non è banale e pone di fronte ad un problema intimo di coscienza: da una parte il grande disegno e la coerenza nel portare avanti un’idea, sacrosanta, che la vita non si mercifica, dall’altra la vita di 50 esseri senzienti che hanno i nostri stessi sentimenti, le nostre stesse paure. Pur essendo, in linea generale e sopratutto mantenendo la dovuta freddezza, d’accordo a non alimentare la vendita, interrogandomi intimamente, credo che 50 agnelli, come in questo caso o anche di più, (perchè ci sono altre iniziative identiche a quella segnalata) non nuocciono alla causa, all’idea generale e al principio della non mercificazione. Quei 50 agnelli, non hanno dato lavoro ai macelli, quei 50 agnelli sono comunque costati di meno e il pastore anche se poco, ma un pò ci ha rimesso. Considerato poi, che quest’anno comunque la richiesta è minore, quelle 50 vite sono 50 vite salvate. Il pastore da cui sono state comprate, sa benissimo che le hanno comprate persone che volevano salvarli dal macello, sa benissimo che la richiesta è in diminuzione e comunque il prossimo anno dovra stare molto attento (lui e tutti gli allevamenti, visto che c’è calo nazionale di richiesta). In definitiva, non mi sento di criticare aspramente questa pratica, anche perchè mi chiedo se ci fossero stati 50 bambini da salvare, le remore sarebbero state così forti? Mi chiedo anche se veramente, gli antischiavisti, non abbiano mai comprato nessun individuo per dargli la libertà.


Barbara Balsamo (26 marzo alle 15:53)

Gentile Agnese,

dopo aver risposto al commento che Lei ha scritto, sono andata a leggere alcuni suoi interessantissimi articoli, in particolare quelli sull’etica del care. Mi sfugge però in cosa consista la differenza sostanziale tra le mie posizioni e le Sue e soprattutto come l’etica del care possa identificarsi con gli acquisti di animali in modo strutturato sistematico e collettivo. Mi sfugge come si possa pensare che l’antispecismo politico possa cozzare con l’etica del care e come questo possa sortire strategie di azione così distanti. In senso fattuale e pratico come concepisce la realtà sociale e lo sfruttamento animale chi si occupa di etica del care? come si inserisce la questione della “moda” delle campagne di acquisti”? come forma di estrema sensibilità dei singoli? Questo punto del dibattito mi sembra molto importante e mi piacerebbe che venisse analizzato a partire da chi ne sa più di me.